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Jacob & Mu so | Comportati bene, non pretendere il rispetto

Jacob & Mu so | Comportati bene, non pretendere il rispetto

Per il titolo rubo le parole di un pezzo di Mu so che sto ascoltando in sottofondo su Youtube. Canta il rap come è nato, negli anni ’70, da qualche parte ad Harlem. Parola e flow richiamano alle armi per celebrare una presa di coscienza. Le pallottole, nascoste nell’acronimo del suo nome,  sono le “menti umane socialmente operative”. Il sobborgo, in questo caso è Barriera di Milano, sempre meno ma comunque troppo, periferia di Torino. Io ci ho vissuto quattro anni e non è stato sempre facile. Nel migliore dei mondi possibili Barriera avrebbe tutte le carte per essere una fabbrica culturale come a New York. Ma allora cos’abbiamo in meno?  O cosa in più?

Jacob è il ragazzo dietro Mu so, con radici profonde nel quartiere che canta da rapper. Metà guineano, metà torinese e un po’ scugnizzo. Ha 30 anni, è in Italia da quando ne aveva 11. Si è ricongiunto ad un familiare a Napoli per studiare “in Europa” dice, ma come i loro cognomi si sono unite le loro vite. Il cugino è finito a Poggioreale e Jacob in comunità; poi una sua richiesta di trasferimento alle Vallette, ha portato Jacob a Torino. Non subito. A 18 anni ha iniziato a lavorare in fabbrica, ne sono passati altri cinque, di cui uno a dormire in macchina. A ogni battuta d’arresto non si è fermato e Barriera è stata il suo porto d’approdo. Con l’aiuto di Erika, direttrice dei Bagni Pubblici di via Aglié, ha fatto servizio civile e frequentato una scuola serale.

Le svolte del suo destino si sono trasformate in una specie di vocazione e le sue due anime, Jacob e Mu so si sono unite. Lui per primo è nel mezzo, sa di cosa parla, sa come farlo e con chi. E’ diventato mediatore culturale di progetti sociali importanti in città; collabora con i livelli più alti delle istituzioni, ma alza la mano tutte le volte che ce n’è bisogno. Va dove sa che può raggiungere i ragazzi, nelle scuole e nei punti di incontro, per raccontare con un beat che un altro modo esiste. Perché venga riconosciuta, la sua metrica deve essere ascoltata e non solo sentita. La sua musica è un manifesto per ricordare alle persone che è ancora legittimo pretendere, ma che bisogna anche trovare sempre la forza di metterci del proprio e che prima della rabbia, devono esserci i fatti.

Parlare invece di chiudersi, restare con la mente aperta, restare svegli, raccontarsi, fare sentire i propri bisogni: questi sono i fatti. Aggrapparsi al bello che c’è e crearne ancora.

I tetti “Grande Mela style” su cui abbiamo fatto alcuni scatti sono quelli del Brico Center di corso Novara con cui Mu so collabora.  E’ amico della direttrice che è salita a fumare una sigaretta con noi. Alessandro Bulgini di Opera Viva lo chiama Giacomino. Insieme sono andati tante volte a fare “ascolto attivo” al mercato di piazza Foroni o per le strade, cercando di far capitare un contatto, raccogliere una paura o sdrammatizzare il guaio di un perfetto sconosciuto per farlo sentire magari meglio.

Abbiamo passato qualche giornata in Barriera, e ci siamo resi conto che ci sono tante cose da fare, ma anche che ci sono tante persone che già fanno qualcosa, che sono amici e lavorano insieme.

Mia nonna sta sempre in casa e crede che il mondo fuori sia una specie di giungla. Lo è, ma non riesco mai a spiegarle perché ne vale la pena.

Le farò vedere questo.


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