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230 Capolavori della fotografia moderna, dal MoMA a CAMERA

230 Capolavori della fotografia moderna, dal MoMA a CAMERA

Non mi capita spesso di scrivere di mostre o arte e non di certo perché non apprezzi l’una o l’altra, ma semplicemente perché il più delle volte non mi sono sentita all’altezza di poterlo fare. Oggi però voglio raccontarvi ciò che ha fatto CAMERA con la nuova mostra in esposizione, perché è riuscita davvero in un piccolo capolavoro. Non solo per il suo essere una delle mostre fotografiche più importanti e significative in Italia (e dici poco!), ma per essere concretamente riuscita ad avvicinare anche chi non è necessariamente esperto di arte o fotografia alla comprensione delle opere esposte. E a questo unire un forte coinvolgimento emotivo di fronte a capolavori in bianco e nero di quasi 100 anni fa, immersi  totalmente in quel periodo storico ed entrando nel vivo dell’opera, nella mente e negli occhi del fotografo.

Perché l’arte non è espressione elitaria riservata all’apprezzamento di pochi. L’arte deve essere di tutti e sapete che vi dico? Che noi stavolta ce la prendiamo tutta. 

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia
Via delle Rosine 18 | Torino

Lu – Me | 11.00 – 19.00
Gio | 11.00 – 21.00
Ve – Sa – Do | 11.00 – 19.00
Martedì chiuso
Visite guidate ogni domenica alle 12

Sito | Instagram

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Tre motivi per non perdere la mostra “Capolavori della fotografia moderna 1900-1940. La collezione Thomas Walther del Museum of Modern Art, New York“, da Camera:

  1. Perché è un’occasione unica: la mostra organizzata dal MoMA (Museum of Modern Art, New York) è per la prima volta in Italia, qui a Torino come tappa conclusiva di un tour europeo che ha toccato prima il MASI di Lugano e il Jeu de Paume a Parigi.
  2. Perché non dovete essere esperti d’arte o fotografia per uscire da questa mostra estremamente arricchiti. Un’esposizione che sa essere illuminante al colpo d’occhio, ma anche complessa e stratificata, da esplorare con più calma e in più volte per coglierne dettagli sempre nuovi.
  3. Per “toccare con mano” capolavori che sono la rappresentazione degli anni più esaltanti del XX secolo dal punto di vista politico, culturale, artistico e tecnologico. Per guardare il mondo raccontato dai fotografi che lo hanno vissuto e saputo trasmettere in modo così intenso.

I primi 40 anni del 1900 dagli occhi (e dall’obiettivo) di chi li ha vissuti

1900-1940: quanto ci siamo persi dei primi 40 anni del ‘900?
Impossibile elencare tutto in questo paragrafo, ma le fotografie ci aiutano proprio a fare questo: a fermare con un’immagine gli istanti di vita, le emozioni, i turbamenti e l’evoluzione di un periodo storico tanto intricato dal punto di vista politico, quanto eccezionale dal punto di vista culturale, artistico e tecnologico. 

Un viaggio fotografico che ci porterà “a spasso” tra avvenimenti politicamente complessi, artisticamente affascinanti, e tecnologicamente d’avanguardia.

Il bianco e il nero, ma anche il rosso (per la fotografia), e il grigio (per gli altri ambiti) sono i colori che ci accompagnano alla scoperta di questi 40 anni, in un percorso che CAMERA ha deciso di impostare al contrario rispetto alle esposizioni precedenti (se siete stati a We Love Sports di Martin Parr, ad esempio, noterete la differenza!). Si percorre infatti prima il corridoio centrale, in cui una timeline ci rammenta gli avvenimenti storici più importanti e parallelamente quelli rilevanti dal punto di vista fotografico per poi addentrarsi nelle sale. 

Un percorso arricchito da teche con prime edizioni di libri di fotografia: ci troverete ad esempio Métal di Germaine Krull, che cito perché trovo il suo pensiero molto vicino al messaggio che questa mostra porta con sé: Krull infatti non considerava la fotografia come uno strumento puramente estetico, ma come un linguaggio per documentare la vita di tutti i giorni. Ed è ciò che la mostra stessa vuole testimoniare.

Oltre alle prime edizioni, anche copie riprodotte fedelmente che è possibile sfogliare in libertà: ad esempio i mitici Bauhausbücher, che probabilmente ognuno di noi vorrebbe esposti nella propria libreria di casa pur senza per forza essere intenditori di fotografia, architettura o arti applicate. Quanto sono belli.

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Non vi nascondo che alla mia prima visita ho superato il corridoio centrale un po’ troppo di corsa, non soffermandomi troppo sulle letture o sui dettagli (a parte sfogliare i libri e le riviste, sono una persona molto tattile e confesso che spesso ciò che sento mancare di più nelle esposizioni è proprio il contatto con gli oggetti  esposti che per ovvie ragioni non devono essere toccati…). Ma la verità di questa troppa fretta? Ragazzi, fremevo per vedere queste sacrosante opere esposte, non stavo più nella pelle. La curiosità e l’aspettativa erano altissime e mi hanno fatto un po’ accelerare il passaggio iniziale. Per fortuna è sempre possibile tornare indietro per trovare la propria chiave di lettura per questa mostra. Meraviglia!

I Capitoli: le stanze in cui CAMERA ci accompagna per mano

I capitoli di questa mostra sono 6 e ciò che ho percepito alla prima visita è proprio quanto siano fondamentali la cura e l’organizzazione di ogni singolo dettaglio, a maggior ragione se parliamo di una mostra così straordinaria, che, senza questo riguardo, non avrebbe avuto lo stesso impatto sul pubblico.

Trovo che CAMERA abbia questa grandissima abilità, lo abbiamo visto nelle mostre precedenti, ma in questa raggiunge il suo massimo: tradurre l’artisticamente complesso in un linguaggio semplificato, moderno e fruibile da tutti, per accompagnare il visitatore per mano lungo il percorso. Oltre ai testi di spiegazione, sempre diretti e comprensibili, i QR code posizionati sotto alcune opere permettono al visitatore di approfondirne storia e contesto. Anche soli è quindi possibile addentrarsi su tanti dettagli che altrimenti non potrebbero essere colti. Il mio consiglio comunque resta quello di venire, almeno una volta, in visita guidata (ogni domenica alle 12).
Se poi avrete occasione di visitare questa mostra accompagnati dalla sua curatrice, Monica Poggi, l’esperienza si rivelerà ancor più ricca e intensa. Ma questa è un’altra storia.

La sensazione che ho avuto girando per le diverse stanze allestite è stata proprio quella di sentirmi parte integrante della mostra stessa.

Le città come specchio del cambiamento

Tra tutte le stanze quella che più ha catturato la mia attenzione è stata “Sinfonia di una grande città”. Era inevitabile. Le città sono da sempre lo specchio del cambiamento e dell’evoluzione della nostra civiltà e trovo che le fotografie di questo capitolo permettano allo spettatore di immergersi a pieno in quel periodo e contesto storico.

Ammirando la foto di Alfred Tritschler scattata alla stazione centrale di Francoforte nel 1931 trovo familiarità con quello che è da sempre un luogo di arrivi e di partenze, quel luogo che conosciamo ancora oggi, tale e quale. Allo stesso tempo però è interessante la percezione dell’evoluzione guardando gli abiti, le auto, le strade prive di asfalto.
Sorrido e mi domando: “Meglio la strada dissestata di allora o quella a ostacoli di sanpietrini e binari del tram di cui noi torinesi amiamo tanto lamentarci oggi? Chissà cosa avrebbe preferito la ragazza in bici della foto”. Bizzarro.

Resto poi affascinata dalle le linee perfette di luci e ombre ritratte da Berenice Abbott nella foto “Fifth Avenue, nn. 4, 6, 8, Manhattan” – tanto perfette che penserei essere un rendering, e invece è un foto stata scattata nel 1936. Qui e nelle altre foto di Abbot è possibile cogliere il suo intento fotografico di raccontare i cambiamenti della sua città. Dopo aver passato diversi anni all’estero, Berenice torna infatti a New York e la ritrova completamente diversa da come l’aveva lasciata, decide quindi di immortalare quel cambiamento.

Esperimenti fotografici e realismi magici “perturbanti”

La sala dedicata a “Esperimenti nella forma” è incredibile. Vedere fotografie come l’autoritratto di Herbert Bayer– Umanamente impossibile e pensare che l’opera sia stata realizzata nel 1932 è sorprendente. No ragazzi, nel ‘32, nonostante la tecnologia stesse facendo passi epocali e – le sue reali possibilità estetiche venivano svelate proprio in quegli anni – come afferma László Moholy-Nagy, posso assicurarvi che no, Photoshop non era incluso nel pacchetto e le opere di questo capitolo sono unicamente frutto dei continui esperimenti e delle nuove tecniche fotografiche e visive che gli autori intrapresero in quegli anni. Io le guardo incredula e le trovo eccezionali pensando che stiamo pur sempre parlando di 90 anni fa!

Nell’ultima sala vi consiglio di prendervi un momento per la foto che è anche un po’ il manifesto di questa mostra, Lotte – Occhio del 1928 di Max Burchartz. Lotte è la famosa bimba ritratta di cui conosciamo solo metà volto, ma che se vediamo in una fotografia per intero – come ci suggerisce Monica Poggi, la curatrice – riconosciamo a malapena. Questo ci ricorda quanto la fotografia permetta di catturare dettagli e offrire una prospettiva differente rispetto al modo tradizionale in cui siamo abituati a guardare la realtà con i nostri occhi. 

Lo spirito di un’epoca straordinaria, alla portata di tutti

La premessa ve l’ho già fatta, questo testo lo sta scrivendo chi probabilmente come voi, pur non essendo esperta in materia, possa avere voglia di entrare a visitare questa esposizione meravigliosa.
Una mostra delicata e complessa al tempo stesso, con un potere inestimabile: quello di saper arrivare a tutti. Altolocati o meno, intenditori o puri e semplici amatori, parlo a voi: questa mostra vi arriverà dritta in faccia e nel cuore. Ve la porterete a casa, ci penserete su e forse vi verrà voglia di tornare ancora perché “quel dettaglio non l’avete mica visto bene”.
E non è forse proprio questo il vero potere della fotografia? Permettere a chi osserva di immergersi nell’esatto istante in cui il fotografo ha messo a fuoco e scattato quel frammento di vita destinato a rimanere per sempre. E da lì, viverlo.

Forse è proprio per questo che credo che la fotografia sia uno dei mezzi più potenti. Lo era nei primi del ‘900, lo è oggi. E sono quasi sicura concorderete con me. 

Non perdetevi questa mostra per niente al mondo. 

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La mostra in 3 scatti guardata dagli occhi di…

Monica @avegetarianinitaly

La nuova mostra di Camera ti trasporta in un mondo e in un tempo che ti mancano senza nemmeno sapere che potessero mancarti. È il tempo delle stelle della letteratura e dell’architettura, di quel mondo degli anni Trenta del Novecento che è lì al fondo della tua consapevolezza di persona adulta che appare e inizia a brillare davanti ai tuoi occhi quando viene innescato da una fotografia.

Sono molti gli scatti che mi hanno particolarmente colpito di questa rassegna fotografica dei capolavori del MoMA, ma Valentina dice che ne devo scegliere tre e quindi ne sceglierò tre. 

1. Il ritratto di James Joyce scattato da Berenice Abbott. 
Non so voi, ma io ho questa necessità di non dare un volto agli scrittori o ai personaggi dei libri che leggo. Perché voglio essere libera di immaginarmi le storie in un modo totalmente mio e perché spesso l’idea che mi costruisco non corrisponde al personaggio. Così non era mai andata alla ricerca di un ritratto di Joyce. Lo scatto di Abbott ha in realtà migliorato l’idea di lui che avevo. Mi immaginavo un uomo schivo e poco interessante, mi sono trovata davanti il Grande Gatsby. Tornata a casa ho riaperto Gente di Dublino. 

2. La foto del Bauhaus di Iwao Yamawaki
Once an architect, always an architect. Non c’è niente da fare, se studi architettura la tua vita sarà sempre condizionata da questa visione del mondo. Una visione del mondo che va a cercare la funzione di ogni cosa e cerca di metterla in ordine, darle gerarchia e coerenza. Il Bauhaus ha inciso fortemente nella mia formazione e presenta un’idea che è ancora più attuale oggi di quanto non lo fosse negli anni Trenta del secolo scorso: come facciamo a non perdere umanità in un mondo iper-industrializzato e di produzione seriale? Come diamo significato ai gesti e agli oggetti che usiamo quotidianamente? La risposta è in Mies van der Rohe.

3. Birreria Platz, Monaco di Baviera di Felix H. Man
Su questo terzo scatto sono stata molto indecisa. Mi piace molto infatti La saltatrice di pozzanghera che è metafora di vita e gli scatti di dettaglio, incredibilmente poetici. Ma ho deciso di scegliere questo scatto del 1929 perché rappresenta un momento e un sentimento. Mentre il mondo fuori sta crollando o sta per crollare, noi rimaniamo abbracciati e ci ritroviamo nel qui e nell’ora. Cerchiamo calore. Conforto. Intrattenimento. E almeno per il momento di quello scatto saremo presenti e metteremo l’ansia da parte. 

Filippo @filipporacanella

Appena entrato nella prima stanza ho sentito riaffiorare la sensazione di essere tra i banchi di quinto liceo, alla lezione di storia dell’arte: ero lì seduto ad ascoltare il professore raccontare le vicende degli artisti del Novecento. Affascinato da questo movimento che ha rotto tutti gli schemi della pittura, architettura e teatro, non mi ero mai chiesto come si stava evolvendo la fotografia. Già dalla prima sala di questa mostra si vede come quel periodo fosse rivoluzionario ed irriverente: quel che ho percepito, è una sincera voglia di sperimentare tutte le tecniche non convenzionali, uscendo dagli schemi mentali della composizione e dei tempi di scatto dettati dal soggetto.

Un paio di scatti mi hanno colpito in modo particolare:

1. The Octopus di Alvin Langdon Coburn
Questo scatto è la definizione perfetta di interpretazione: bastano una parola o una virgola fuori posto per ribaltare completamente il significato della foto. La rivoluzione del punto di vista è un elemento chiave nell’arte dei primi anni del Novecento e a pensarci bene questo è accaduto anche nella scienza con lo sviluppo della meccanica quantistica e la teoria della relatività. Il polpo di Coburn mi fa respirare la voglia di stravolgere il mondo degli artisti e scienziati che vivevano in quel periodo. Scardinare le regole dettate fino ad allora per rivelare una nuova prospettiva.

2. Backstroke di Kate Steinitz
Credo di essere rimasto davanti a questa foto per 10 minuti netti. Ho una terribile voglia di estate sole e mare, o forse piscina, e di essere di nuovo nei primi anni del liceo. Sento la rilassatezza e la calma delle giornate passate lentamente e senza pretese: come essere una piccola goccia d’acqua in quella piscina, godermi il momento e percepire le sensazioni del mondo che accade attorno.

3. Mystery of the Street di Umbo (Otto Umbehr)
Anche in questo caso la prospettiva ha un ruolo fondamentale, infatti la foto è scattata dall’alto (probabilmente da un balcone o una finestra) e punta dritto sulle teste di chi passeggia. Il gioco di luce crea delle sagome perfette, praticamente delle statue sulla strada. Anche in questo caso il punto di vista ci inganna: solo osservando attentamente, si scopre che una delle ombre è in realtà un cumulo di macerie.


All images © 2022 Filippo Racanella