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Metti un pizzico di Cile a Milano

Il volo della LATAM Airlines Group atterrerà a Malpensa con dieci minuti di anticipo. Ha sfruttato bene il vento il comandante Diego. Aveva aria buona sulle ali e arriverà giusto in tempo per il Milano Latin Festival. In una sequenza ordinata di volteggi si avvicinerà alla brughiera, chiederà il permesso alla torre e si poggerà qui. Arriverà in città come tutti i giorni, proveniente da San Paolo, e ancor prima da Santiago, con il carico di chilenos da ogni parte del mondo. E sarà bello vederlo volare, il Boeing 787 Dreamliner della LATAM, quello a decollo verticale. Con la sua linea affusolata, la livrea bianca e la coda bicolore, rossa e blu. 

Il rosso, quello vivo, quello a tinta vinaccia. Lo stesso che colora la croce di San Giorgio dello stemma di Milano. E il blu, quello del Pacifico, è lo stesso dei navigli milanesi, quando l’acqua è pulita, appena dopo l’asciutta dei canali.  

LAN e TAM, l’unione perfetta di Cile e Brasile, la porta di accesso di tutta l’America latina a Milano. Ad accogliere il 787 a Malpensa ci saranno Luis e Paloma, lo steward e la hostess di terra. Luis è di Ushuaia, una località argentina all’estremità meridionale del paese, nella Terra del Fuoco, quasi alla fine del mondo. Ha trascorso i suoi primi vent’anni a Santiago, in Cile, ed ora vive a Milano, dal ’90. Qui ha fatto famiglia e ha trovato nella comunità dei cileni una sua personale dimensione. Al gate di Malpensa, Luis porta una mise total blue con camicia e giacca di prussia. La cravatta invece è di un blu klein. Il pantalone è slim e di prussia, di nuovo, su scarpa nera stringata in pelle, con impunture e fondo roccia.

Paloma invece è cilena e vive a La Serena, a 470 km a nord di Santiago. Lì c’è tutta la sua famiglia, comprese le sue due figlie di quattro e sette anni, Florencia e Costanza. A Milano, ci viene per lavoro, tre o quattro volte al mese ed oggi è a Malpensa in turno. Aspetta che tutti scendano da bordo e poi si imbarcherà sul Dreamliner per la madre terra, dove la aspettano le pequenos, a cui dovrà dei regali. Già, perché ogni volta che Paloma parte per il lungo-raggio deve sempre tornare a a mani piene. E’ il loro patto segreto. 

Paloma indossa un pantalone regular e lungo, che le disegna alla perfezione una linea composta e ordinata. Lo accosta ad un foulard girocollo blu zaffiro e ad una camicetta rossa e corta, a girovita, per un tratto coperta da un blazer rosso. Il capello è castano e ben curato, elegantemente legato sopra la testa. I suoi occhi sono intensi.

Sbarcati tutti gli amici dal Dreamliner, ci accorgiamo che nelle strade di Milano c’è del Cile. Anzi, a proposito: a quest’ora c’è profumo di empanadas, di parillada e di mariscos

Usciamo da Malpensa e imbocchiamo la A8 per Milano. Abbiamo un appuntamento al 1942, in Bicocca. Sono pochi kilometri ma c’è fame, il viaggio è stato lungo e in città il Latin Festival inizierà appena dopo cena. Non c’è molto tempo. Siamo qui per la cerimonia e per il grande slam.

Al 1942, come sempre, la tavola sarà colorata. Non mancheranno il rosso e il giallo: il rosso valentino sarà quello del pebre. La salsa di aglio, cipolla, pomodoro e peperoncino che spalmeremo sul giallo del pane appena sfornato. Già perché il pane al 1942 è sempre caldo. Matias lo chef lo fa a mano tutti i giorni, nel pomeriggio, nel retrobottega. Dove a fianco di una stampa ingiallita di Neruda, tiene con cura il forno a legna del nonno. Il primo ristoratore cileno a Milano, della prima generazione dei cileni, quando a Milano non ci arrivavano nemmeno gli aerei da quel posto. E’ un bravo chef Matias, nella comunità milanese lo conoscono tutti. Forse perché all’Expo faceva il capo della cucina al padiglione del Cile. O forse perché l’è un brav fioeu.

C’è una bella temperatura e noi siamo convinti che al 1942 troveremo anche il giallognolo della cazuela de ave, il brodo tipico del sud, a base di pollo o di manzo, che si accosta ad una rondella di pannocchia, alle patate sbucciate e alla zucca. Il tutto condito con olio, peperoncino e carote. In macchina non si parla d’altro.

Dovremo stare attenti però a non farci pungere dal chupe de centolla, il grande granchio che Luis mi ha assicurato avrebbe comprato per noi in settimana, al mercato del pesce. All’ittico, appena dietro il quartiere Forlanini. Dove il pesce arriva fresco tutti i giorni alle quattro del mattino. E dove Matias si rifornisce da tanti anni, da Marcos, un ragazzo cileno che lavora da Gianni u pescatore, il più anziano tra i pescivendoli dell’ittico.

E poi siamo certi che Erica, la figlia di Matias, che nella vita studia agraria in Statale, ma la sera serve al ristorante, nella quarta generazione dei cileni a Milano, ci farà trovare il verde, il senape e il rosa. Non mancheranno infatti i completos: gli hot dog con wurstel, pomodori, avocado e pane friabile. Talvolta accompagnati da verdure a cubetti e da una pioggia di salse: maionese, senape e aji piccante.

Stiamo arrivando in centro città e vediamo in lontananza le luci dell’Albero della Vita, dal sito di Expo. Ma prima del festival sarà d’obbligo finalmente un brindisi: stapperemo con Matias ed Elena una buona bottiglia di Concha y Toro del 2013, della Almaviva. Un vino di uve Cabernet-sauvignon e Carmenere e dalla potenza aromatica importante. La volata verso il festival però ce la tirerà un buon Sena, il vino della Valle Aconcagua, a nord est di Santiago. Dal sapore compatto. 

E poi danzeremo dritti al Festival, che per Milano è una grande festa sudamericana. E che per noi, invece, è la vera ragione che ci ha portato fino a qui. 

E poi trascorreremo i 3 giorni a zonzo per la città. E poi e poi…e poi c’è lo svincolo di Certosa, l’ingresso per la città. Lo imbocco, siamo a Milano – ed è già tutta un’altra storia.