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Ospedale delle Bambole | Piccolo mondo incantato a Spaccanapoli

Ospedale delle Bambole | Piccolo mondo incantato a Spaccanapoli

Ilaria D’Onofrio

Desideravo da tempo tornare a visitare il patrimonio museale di Napoli dopo aver vissuto per qualche anno tra Nord-Ovest/Nord-Est, e dopo aver lavorato su altri musei. Sono rincasata alle pendici del Vesuvio e al termine del lockdown, girovagando tra le fondazioni e le gallerie più note, sono finita in un luogo inedito. Nascosto, bizzarro, non convenzionale. Forse neanche definibile “museo”. Letteralmente, un “Ospedale”.

Ospedale delle Bambole
Via San Biagio dei Librai 39, Palazzo Marigliano | Napoli
08118639797 / 3934847244

Orari di apertura | lun – ven: 10:30 – 17:30; sab: 09:30 – 13:30

Tra i luoghi simbolo di Spaccanapoli, l’Ospedale delle Bambole è un’antica bottega fondata nel 1895. Nata come laboratorio di restauro per i pupi teatrali, nel 2017 si è trasformata in una fantastica wunderkammer multimediale, riqualificata e rinnovata grazie al contributo di un benefattore.
Negli anni passati l’ingresso in via San Biagio dei Librai ad angolo con Vico Paparelle era presidiato da manichini smontati: un paio di gambe con un vaso portafiori in cima, busti di donna senza braccia e capelli. Ci sono passata davanti tante volte, distrattamente.

Adesso su quella porta un’indicazione rimanda a qualche metro più avanti, nel cortile settecentesco di Palazzo Marigliano – uno dei pochi nel centro storico dotato di scala a doppia rampa e giardino pensile.

Io sono in compagnia di Lorenza, venuta a Napoli da Milano e diretta poi a Genova (punti fondamentali nella mia mappa personale). Anche lei si occupa di cultura digitale, e mi accompagna in questa visita/viaggio visionario in cui decido di portarla come aperitivo prima del momento pizza nei Quartieri Spagnoli.
L’anticamera del museo è un vero e proprio “triage”, e i responsabili dello sbigliettamento indossano un camice.
Sulla porta interna della clinica è retro-proiettato un gioco di ombre e silhouette: il gesto delle mani umane che toccano arti finti, che cuciono e riparano altri corpi, è ricorrente in tutto il percorso.

Di generazione in generazione: la famiglia Grassi

Ci accoglie la primaria, Tiziana Grassi. È pronipote di Luigi, scenografo dei teatri di corte e degli antichi teatrini dei pupi, fondatore dell’attività. Intraprendente, appassionata e lungimirante in merito al futuro del suo “Bambolatorio”, la Dottoressa procede personalmente alla visita guidata raccontandoci ogni dettaglio (dopo averci presentato il suo capero o parrucchiere, terzo partecipante del tour).
La porta si apre e ci ritroviamo dentro un ambiente onirico, riscaldato da file di luci. Un allestimento misterico e decorativo fatto di teste, grappoli di braccia e gambe, mazzetti di occhi vitrei che sembrano fiori.

C’è un grosso orso peluche su un lettino e, dappertutto, pupi e bambulelle che raccontano la storia di chi li ha in cura.
Ausculto il cuore di Teddy, che è ricoverato da qualche giorno. Perché si chiama Teddy? È una storia più americana che napoletana. Tiziana ci invita a proporre un nuovo nome per questo ospite, da scrivere sul guestbook all’ingresso.

Sul palco centrale c’è il boccascena di un teatro: una proiezione (digitale) viene attivata da una manovella (analogica) altro gesto del passato, ormai in disuso. Ci accomodiamo su un lungo divano e ci lasciamo trasportare dalla favola dell’Ospedale.

Lo storytelling confezionato ad arte (adoro il recitato delle vocine stridule in dialetto) ci racconta così la realtà artigiana di Luigi Grassi, che ha origine con la riparazione di burattini da teatro e finisce con il confezionamento di bambole pregiate per i salotti napoletani del XX secolo, passando nelle case dei bambini dei quartieri popolari che non disponevano di molti balocchi e avevano bisogno di farli sanare in caso di rottura.

Nasce così l’idea di un ambulatorio per giocattoli, in cui i pezzi di ricambio vengono accumulati nel tempo in attesa di essere utilizzati, e in cui i bambolotti convivono con peluches e opere di Arte Sacra in attesa di restauro.

In corsia tra i reparti

Nel reparto di “Oculistica” due grandi occhi ci guardano e socchiudono le palpebre. Ogni angolo nasconde qualche dettaglio fatato e allo stesso tempo un po’ spettrale che ricorda l’estetica di Georges Méliès (il regista francese
steampunk che con scenografie fantasmagoriche e meccaniche portava i suoi personaggi sulla luna, sulle stelle e sotto i mari). Allestimento e videoinstallazioni in questo caso sono firmate da Stefano Gargiulo e Kaos Produzioni, già responsabili di alcuni interventi multimediali presso il Museo di Capodimonte e il Cartastorie, Museo dell’Archivio Storico del Banco di Napoli.

Ci viene illustrata l’evoluzione storica della produzione di bambole e i materiali: teste in cartone (realizzate con presse preformate) su corpi di stoffa; teste in porcellana, legno e plastica. Poi ancora, gli incarnati dipinti, i capelli, distribuiti su capuzzelle di dimensioni diverse. Ce ne sono di piccolissime che servivano come prova per le bambole in scala 1:1, quelle da arredamento.

Il giro prosegue nei reparti di trucco e acconciatura (“Parruccheria”), di abbigliamento (“Vestitura”), fino al vero e proprio laboratorio di restauro. Qui è presente una postazione per inquadrare i bambolotti ai raggi X, dedicata ai più piccoli, che all’ingresso del museo vengono dotati di un camice e di una piccola cartella clinica. Nell’Ospedale c’è anche un’equipe medica: con dovizia di particolari, l’infermiera di turno ci descrive l’incidente di un peluche sbranato da un cane.

Tiziana ci racconta la storia dei collezionisti che hanno deciso di donare le proprie bambole al museo da ogni parte d’Italia, e poi ci regala due cuoricini di stoffa con un po’ di materiale illustrativo che testimonia l’animo “corale” del luogo (una poesia scritta da un artista di passaggio). Intanto c’è un nuovo ricovero: il postino ha consegnato un pacco contenente una vecchia bambola con mantellina rossa, corredata da una lettera manoscritta in cui viene spiegato il caso clinico nei dettagli.

Mi congedo con la Dottoressa, mentre siede su un cavallo a dondolo a grandezza naturale e mentre concorda la pizza da mangiare col suo parrucchiere, parlandole dei miei desideri e promettendole di tornare.

Ho visitato altre istituzioni simili (a Napoli c’è anche il Museo del Giocattolo, in Via Suor Orsola 10) e da qualche parte ho ancora conservate le mie collezioni di sorpresine Kinder e Barbie anni ’90; patrimoni preziosi con cui è possibile sperimentare e inventare storie grazie alle nuove tecnologie. L’Ospedale delle Bambole di Napoli è uno dei pochi esemplari del genere in Italia, luogo unico in cui l’esposizione permanente dei manufatti si sposa con l’interattività,con le foto d’epoca, con la passione dei donatori, in un ambiente sospeso in cui tutto è ammischiato: un reliquiario di capuzzelle finte, burattini, spaghi, cavallucci e sagome di legno, che ci ricorda la storia e la cura dietro degli “oggetti transizionali” che ci tengono compagnia durante l’infanzia e anche in seguito.


All images 2021 © Alessandra Mustilli