La Fondazione Miró a Barcellona: un museo che Miró ha costruito assieme al suo migliore amico

Monica Pianosi Pubblicato il 9 Agosto 2025

Nel 1968 Joan Miró tiene la sua prima grande mostra in città, dentro le sale dell’antico Hospital de la Santa Creu. È un successo che lascia un segno: la Barcellona di quegli anni capisce che serve uno spazio permanente, degno del suo lavoro. Miró stesso decide di costruirlo, cedendo alla futura fondazione gran parte della propria collezione privata. Il museo apre al pubblico il 10 giugno 1975, sulla collina di Montjuïc, e diventa il primo museo di arte contemporanea della città.

Un edificio disegnato da un amico

Per progettarlo, Miró chiama Josep Lluís Sert, architetto catalano e amico intimo. Il risultato è uno di quei rari casi in cui l’edificio non ospita semplicemente le opere: le accompagna. Le sale interne si sfalsano una nell’altra, sono attraversate da patii e terrazze che lasciano entrare la luce naturale in ogni angolo, creando un percorso fluido, mai rigido, in cui lo sguardo si sposta dall’opera allo spazio e viceversa senza soluzione di continuità.

L’edificio, ampliato nel 1986 e nel 2000, ha ricevuto nel 2002 il prestigioso Twenty-Five Year Award dell’American Institute of Architects, un riconoscimento riservato alle architetture che, a distanza di tempo, restano ancora rilevanti.

La collezione della Fondazione Miró a Barcellona

La collezione della Fondazione conta oltre 14.000 opere – dipinti, sculture, disegni, arazzi, ceramiche – la maggior parte donate dallo stesso Miró, dalla moglie Pilar Juncosa e da amici come Joan Prats, il collezionista che per primo lanciò l’idea di creare la Fondazione. Il percorso segue un ordine cronologico, diviso in otto sezioni, e si apre con un enorme arazzo tessuto nel 1979 apposta per questo spazio: la prima traduzione del linguaggio pittorico di Miró in un mezzo completamente diverso, dove pittura, collage e arte dell’arazzo si fondono in quelle che l’artista stesso chiamava “sobreteixims”.

Poco più avanti, la Fontana di Mercurio – che al posto dell’acqua fa scorrere mercurio – introduce a uno spazio aperto dominato da “Donna”, una scultura in bronzo che mette in equilibrio un uovo sopra una cassetta di legno bucata al centro. La Sala Joan Prat raccoglie le opere degli esordi, fino agli anni Venti: paesaggi dai colori mediterranei solari, e un ritratto del 1919 con uno sguardo felino che sembra seguirti. Da qui Miró si allontana progressivamente dalla figurazione, entrando nel linguaggio onirico del Surrealismo.

Gli anni Trenta portano con sé l’angoscia della situazione politica spagnola – “Uomo e donna davanti a un mucchio di escrementi” ne è forse l’esempio più diretto, quasi brutale. Poi, in un corridoio dedicato alle opere del dopoguerra, il registro cambia di nuovo: dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, i colori e le forme tornano ad animarsi di voglia di vivere.

Le opere degli anni Sessanta e Settanta occupano una sala a “L”, dove si vede come il linguaggio di Miró continui a evolversi anche in età avanzata – mai fermo, mai ripetitivo. La collezione permanente si chiude con una raccolta di fotografie dell’artista. Un dettaglio che dice molto del suo rapporto con la pittura tradizionale: in diversi scritti e interviste, Miró arrivò a dichiarare il desiderio di “assassinarla”, di romperla per arrivare a nuovi mezzi espressivi – un’ossessione che attraversa tutta la collezione, sala dopo sala.

Da quando ho iniziato a interessarmi di sostenibilità sono diventata vegetariana, ho venduto la macchina e ho preso un PhD. Ma non chiedermi di smettere di viaggiare.

Tutte le immagini sono di © Monica Pianosi 2025

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