Da Ceresole Reale al Rifugio Jervis, passando dal Colle di Nel
C’è un pezzo di Valle Orco dove la montagna piemontese mostra la sua faccia più selvaggia: laghi color ardesia, larici che sembrano lì da sempre, un colle a 2.550 metri e un rifugio che porta il nome di un uomo che per un ideale di libertà ha perso la vita. Il percorso che parte da Ceresole Reale, sale al Colle di Nel e scende al Rifugio Guglielmo Jervis non è solo un anello di 16,5 km con quasi mille metri di dislivello. È un pezzo di storia del Piemonte che si scopre camminando.
Distanza: 16,5 km
Durata: 7h 01min
Dislivello: ~963 m
Difficoltà: piuttosto difficile
Quota massima: 2.530 m / quota minima: 1.580 m


Ceresole Reale: il paese dei re e delle ciliegie
Il nome Ceresole non ha niente a che fare con la corona. Deriva quasi certamente da “ceresiolae”, le piccole ciliegie che un tempo crescevano qui in abbondanza, in un bosco che oggi non esiste più, ma che ha lasciato il segno nel toponimo. La storia del paese però è più antica delle ciliegie: prima ci sono stati i Celti, poi i Romani, che scavavano le miniere di Cuccagna e Bellagarda in cerca di argento, rame, ferro e piombo. Nei cunicoli sotterranei si trovano ancora iscrizioni latine, e la tradizione vuole che i primi cristiani fossero costretti a lavorarci: da lì nasce il culto di San Minatore, o San Meinerio.
Il nome “Reale” arriva molto dopo, nel 1862, ed è un regalo che il paese ha fatto al re, non il contrario. Vittorio Emanuele II aveva bisogno di un territorio dove cacciare stambecchi e camosci – animali che nel Settecento si credevano ormai estinti in tutta Europa, sopravvissuti solo sui dirupi del Gran Paradiso. Ceresole cedette gratuitamente il diritto di caccia alla Corona, e in cambio ottenne il titolo che porta ancora oggi. Insieme a Venaria, è l’unico comune italiano a potersi fregiare di questo appellativo. Per facilitare le battute di caccia reali vennero tracciate mulattiere e sentieri che oggi, riconvertiti, sono la base della rete escursionistica che si percorre ancora adesso.
Nel 1922 la riserva reale diventa Parco Nazionale del Gran Paradiso, il primo d’Italia. E tra il 1925 e il 1929 arriva la trasformazione più visibile del paesaggio: la diga dell’AEM di Torino sbarra il torrente Orco e crea il grande lago artificiale su cui oggi si affaccia il borgo, e su cui d’estate si pratica vela, windsurf e canoa. Ceresole Reale oggi è questo: la porta del parco più antico d’Italia, un lago che cambia colore con la luce, e un punto di partenza per alcuni dei sentieri più belli delle Alpi Graie.
Colle di Nel: la porta delle Levanne
Salendo da Ceresole Reale si arriva a un valico che sta a 2.550 metri circa (le fonti oscillano tra 2.540 e 2.569 m), incastonato ai piedi del gruppo delle Levanne, tre cime che sfiorano i 3.600 metri e segnano il confine con la Francia. Non è un colle “famoso” nel senso alpinistico del termine, ma è un balcone naturale: da qui lo sguardo scende sul Pian del Nel, sul laghetto ai piedi del rifugio, e arriva fino al versante sud del massiccio del Gran Paradiso.
La particolarità geologica di quest’area è il Ghiacciaio di Nel (o ghiacciaio delle Levanne orientale), uno dei pochi ghiacciai alpini “coperti da detrito”: uno strato di pietrisco che lo protegge dall’irraggiamento estivo e ne rallenta il ritiro di scongelamento. Mentre gran parte dei ghiacciai del massiccio del Gran Paradiso si è ritirata in modo drammatico dalla Piccola Era Glaciale a oggi, questo ha perso “solo” 280 metri – abbastanza poco da permettere, sulla sua superficie, la formazione di un sottile strato di suolo dove attecchiscono le prime piante pioniere. Un piccolo laboratorio di vita all’estremo, proprio sopra il colle che si attraversa camminando.






Rifugio Guglielmo Jervis: una caserma, un rifugio, una storia di Resistenza
Il rifugio che si raggiunge scendendo dal colle non è nato come rifugio. Era una casermetta dell’esercito, costruita per presidiare la zona di frontiera con la Francia. Dopo la guerra la struttura passò in gestione alla sezione CAI di Ivrea, che la riadattò e la inaugurò come rifugio alpino il 21 luglio 1946. Oggi è una costruzione in pietra a due piani, con bar, ristorante e una ventina di posti letto, punto d’appoggio classico per chi vuole spingersi più in alto verso le Levanne.
Il nome, però, è quello che dà peso a questo posto. Guglielmo Jervis – da tutti chiamato Willy – nasce a Napoli nel 1901 da una famiglia di origine inglese e fede valdese, per puro caso: suo padre, ingegnere, si trovava lì per lavoro quando si ruppe una gamba. Si laurea in ingegneria al Politecnico di Milano e nel 1934 approda all’Olivetti di Ivrea, dove dirige la Scuola apprendisti meccanici dell’azienda. È anche un alpinista di valore, iscritto al Club Alpino Accademico Italiano – la sezione del CAI riservata a chi si è distinto in scalate di alto livello.


Dopo l’8 settembre 1943 entra nella Resistenza. Grazie alla sua esperienza in montagna e alla conoscenza dell’inglese, il suo primo compito è far passare clandestinamente in Svizzera decine di ex prigionieri di guerra alleati ed ebrei in fuga. Costretto a lasciare Ivrea, si sposta in Val Pellice, dove con il nome di battaglia “Willy” organizza il primo lancio di armi alleate per i partigiani sulle Alpi occidentali. L’11 marzo 1944 viene fermato da una pattuglia delle SS con addosso materiale di sabotaggio e documenti compromettenti. Segue una prigionia fatta di torture, a cui non cede: nella notte tra il 4 e il 5 agosto 1944 viene fucilato a Villar Pellice insieme ad altri quattro compagni, e il suo corpo viene poi impiccato a un albero, come monito.
Il giorno dopo, sul luogo dell’esecuzione, viene ritrovata la sua Bibbia tascabile. Sulla copertina, inciso con uno spillo, il suo ultimo pensiero: “Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea.” Adriano Olivetti, che lo considerava un dipendente “caduto sul lavoro”, si offrì di mantenere la vedova Lucilla Rochat e i loro figli. Nel 1950 Jervis fu decorato con la medaglia d’oro al valor militare alla memoria.
La camminata, in breve
Per chi volesse affrontarlo: l’anello da Ceresole Reale misura circa 16,5 km, con 960 metri di dislivello e un tempo di percorrenza di circa 7 ore – è un trekking davvero impegnativo. Si sale toccando il lago di Ceresole, si raggiunge il Colle di Nel a oltre 2.500 metri, e si scende al Rifugio Jervis prima di richiudere il giro nel bosco di larici. In alternativa, chi cerca una gita più semplice può limitarsi alla salita al rifugio da Villa o da Chiapili di Sotto, un paio d’ore di cammino in un bosco che profuma di resina, per un pranzo a base di polenta con vista sulle Levanne.









Dopo il cammino: cena a Chalet del Lago di Ceresole Reale
Dopo sette ore di sentiero, colle e discesa, l’ultima tappa della giornata è quella più semplice: sedersi a cena. E il posto giusto per farlo è il Ristorante e Locanda Chalet del Lago, proprio sulle rive del lago di Ceresole, in un edificio in pietra e legno che sembra lì da sempre – e infatti c’è da parecchio, tanto che c’è chi ci torna la domenica da anni.
In cucina si assaggiano i piatti del territorio: un tagliere di salumi e formaggi locali per cominciare, poi magari una tartare con bagna cauda o il vitello tonnato “alla vecchia maniera”, e tra i primi i tagliolini al sugo di noci o i tortelli di salampatata – il tipo di piatti che ti aspetti dopo una giornata in quota, sostanziosi, ma curati. Consiglio spassionato: prenotare, perché d’estate si riempie in fretta.


Dopocena, per chi si ferma a dormire, lo chalet ha anche qualche camera vista lago: il modo più naturale per chiudere una giornata che è iniziata tra i larici e i ricordi della Resistenza, ed è finita con i piedi sotto il tavolo e il lago che si scurisce fuori dalla finestra.
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