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Il Castello di San Sebastiano da Po: il relais magico (anche quando diluvia)

Il Castello di San Sebastiano da Po: il relais magico (anche quando diluvia)

Non sono una tipa da castelli. A parte quelli Romani, il posto da cui provengo. Magari non tutti lo sanno, ma quei miei castelli del cuore non hanno torri, sale da ballo o coccodrilli nel fossato. Hanno più che altro colline avvinazzate, boschi per svaccarsi, passaggi notturni di volpi e numerosi ristoranti dove affogare nel cibo. Eppure ci ho messo circa 12 minuti a innamorarmi del Castello di San Sebastiano da Po

Castello di San Sebastiano da Po
Via Novarina 9, 10020, San Sebastiano da Po, Torino

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Il parco del Castello: una meraviglia

A tre quarti d’ora da Torino, ai confini del mio Monferrato prediletto, neanche una decina di tornanti separano la Provinciale dalla magia. Questo è un luogo che protegge, svela, ricorda e fa sorprese. Un piccolo mondo imperfetto di dettagli ricercati e fané, dove trovare in un solo giro un giardino all’italiana, una serra in apparenza abbandonata e cortili segreti che ricordano certe feste d’estate giù al sud.

Qui trovate una porta sul bosco, letteralmente: la aprite e siete in un bosco. Trovate pure una sala con un vecchio biliardo, la piccola piscina fra le piante, una certa atmosfera da film di Guadagnino e una cucina vintage piena di ninnoli e pezzi rari, che sembra quella di nonna, quando nonna è proprio brava a cucinare.

Dormire nel Castello dove è passato “zio” Cavour

E poi ci sono gli appartamenti e le stanze per dormire, curate, misteriose ed eleganti, affacciate su tutta la luce del circondario e piene di finestre. Ci sono i soffitti affrescati, gli specchi antichi, i caminetti accesi, i terrazzi nascosti, i libri da sfogliare, i cannocchiali per gli avvistamenti e le tende che svolazzano quando piove. Qui hanno lasciato tracce del loro passaggio il borioso Napoleone e zio Cavour. Ma le loro illustri presenze non vi spaventino, perché al Castello di San Sebastiano nulla è austero e respingente, tutto è invece accogliente e pieno di calore. Un posto, per capirci, dove semmai ci fossero dei fantasmi illustri, sarebbero lì in giardino rilassati a giocare a carte e cogliere le viole.

La Trattoria della Villa e quella delizia degli Agnulot’d pom

Di motivi per passare da queste parti ve ne svelo almeno tre, e nessuno sarà: venite a sposarvi qui, anche se qui i matrimoni sono un successo. Potete visitare il Castello quando siete stanchi della vita in città, per passeggiare nei giardini accesi dal foliage o dalla luce di giugno, tra palme, labirinti, vasi, prati e vetrate. Dovete assolutamente visitare il Castello quando avete voglia di un pranzo da film, di quelli dedicati al vino o all’amore con uno straniero.

Appena fuori dalla struttura trovate infatti la Trattoria della Villa, intimo ristorantino con un bel terrazzo affacciato sulle colline, dove servono deliziosi piatti piemontesi rivisitati con una certa fantasia e una bella carta dei vini. Imperdibili qui sono i pom matan, i ravioli ripieni di mele tipici della zona: occhio che dopo il primo assaggio scatta l’incantesimo. Imperdibile è anche l’insegna della trattoria, un vero pezzo vintage che confesso di aver desiderato portarmi via. Un terzo semplice ma fondamentale motivo per passare di qui a mangiare, dormire, curiosare, è certamente conoscere Luca, custode e gestore del Castello, tipo colto, gentile, ospitale e lievemente maniaco delle cose belle. 

La prima volta che ci siamo parlati, due anni fa, ci siamo quasi messi a piangere di gioia per l’amore che entrambi proviamo verso il Monferrato. La seconda volta che ci siamo visti abbiamo brindato assieme ad altri vecchi amici delle Strade (i mitologici Dada Miele, chi ci segue sa che una volta i due giovani rapirono me, Monica e Fabio per un giorno intero). La terza volta che ci vedremo probabilmente chiederò a Luca di adottarmi e cedermi una quota della serra, e forse mi troverete lì a scrivere storie meravigliose che parlano di un Castello prezioso e accogliente, che ricorda certe gite fuori Lisbona o mia nonna quando faceva la pasta a mano la domenica.


All images © 2020 Fabio Rovere