Alcune settimane fa mi sono addentrata nell’entroterra ligure per andare a trovare Giada e Federico nel cuore di Lucinasco, piccolo borgo in provincia di Imperia circondato da ulivi e muri a secco. Per arrivarci bisogna lasciare il mare alle spalle e risalire le colline. La distanza, in realtà, è minima. Eppure bastano pochi chilometri per ritrovarsi in una Liguria completamente diversa da quella che siamo abituati a immaginare.
Qui non ci sono spiagge, stabilimenti o passeggiate sul lungomare. Ci sono paesi di poche decine di abitanti, strade che si arrampicano tra le vallate, terrazzamenti costruiti nei secoli e migliaia di ulivi che disegnano il paesaggio. È una Liguria che vive di agricoltura e che ancora oggi porta addosso i segni del lavoro di generazioni di famiglie che hanno modellato la montagna pietra dopo pietra.



Coltivare olive e sassi
Quando chiedo a Giada di raccontarmi il territorio in cui è cresciuta, la prima cosa che mi dice è che la Liguria è una regione stretta. Tutto qui è risicato: lo spazio, l’acqua, la terra coltivabile. E forse è proprio questa scarsità ad aver dato forma al carattere di questi luoghi. Non è un caso che il motto di Petricor Agricola sia Coltiviamo sassi.
Sembra una provocazione, ma in realtà è una definizione sorprendentemente precisa dell’olivicoltura ligure. Gli ulivi crescono su fasce sostenute da muri a secco, in un paesaggio dove prima ancora delle olive bisogna prendersi cura della terra, delle pietre, dei terrazzamenti e di quell’equilibrio fragile che permette ancora oggi a queste colline di essere coltivate. Come mi spiega Giada, il vero lavoro inizia proprio da lì: dalla manutenzione del territorio e dalla cura costante di un paesaggio che senza intervento umano verrebbe rapidamente riconquistato dal bosco.
Dalle olive a Petricor
L’azienda agricola nasce molto prima di Petricor. Il padre di Giada ha sempre coltivato olive taggiasche e venduto la materia prima fresca. Cinque anni fa lei e Federico decidono però di intraprendere una strada diversa, creando un proprio marchio e iniziando a trasformare direttamente una parte della produzione in olio extravergine, olive da tavola, paté e conserve. E soprattutto le loro signature olive: le olive croccanti, ossia prima messe in salamoia e poi essicate! Una bomba incredibile. Impossibile smettere di mangiarle.



Esportare prodotti, importare persone
Fin dall’inizio, tuttavia, il loro obiettivo non è stato soltanto quello di produrre. Hanno sentito la necessità di creare un luogo in cui le persone potessero arrivare, fermarsi e capire davvero cosa significhi vivere e lavorare in questo angolo di Liguria. Come racconta Giada, l’olivicoltura ligure è un mondo dove raramente esistono spazi dedicati all’accoglienza, alla degustazione o al racconto del lavoro agricolo. Da qui nasce l’idea di affiancare alla produzione una serie di esperienze pensate per avvicinare il pubblico all’entroterra e ai suoi ritmi.
Oggi Petricor è anche degustazioni tra gli ulivi, workshop dedicati al pesto al mortaio, visite guidate, aperitivi e cene all’aperto. Ma ridurre tutto questo a una semplice proposta turistica sarebbe limitante. Quello che colpisce durante una visita è il modo in cui ogni esperienza diventa un’occasione per raccontare un territorio che spesso rimane invisibile a chi visita la Liguria. La maggior parte delle persone arriva infatti per il mare e raramente si spinge verso l’interno, perdendosi una parte fondamentale dell’identità della regione.





La voglia e la volontà di: restare
La storia di Petricor è anche una storia di ritorni. Giada è cresciuta qui, in una casa circondata dagli ulivi. Da ragazza, come succede spesso a chi vive nei piccoli paesi, era convinta che sarebbe andata via per sempre. Ha studiato a Pollenzo, ha lavorato nel mondo del vino e della gastronomia, ha vissuto altrove. Poi è tornata. Non perché fosse la scelta più semplice, ma perché ha capito che qui c’era qualcosa che valeva la pena costruire.
E costruire, in questo contesto, non è una parola casuale. Significa gestire oltre diecimila ulivi distribuiti su più di trenta ettari di terreno, dal mare fino ai seicento metri di altitudine. Significa raccogliere a mano per mesi, spostando reti e attrezzature da una fascia all’altra. Significa tagliare l’erba senza utilizzare diserbanti, ricostruire muri a secco danneggiati dalle piogge o dai cinghiali e recuperare uliveti abbandonati che richiedono anni prima di tornare produttivi.


Quando le stagioni cambiano
Negli ultimi anni, a complicare ulteriormente il lavoro, si è aggiunto il cambiamento climatico. Giada mi racconta di due stagioni consecutive di siccità estrema durante le quali gli ulivi hanno smesso prima di produrre frutti e poi addirittura foglie, entrando in una sorta di modalità di sopravvivenza. Oggi il problema non è soltanto la mancanza d’acqua, ma soprattutto l’imprevedibilità delle stagioni. Un’ondata di calore durante la fioritura o una pioggia nel momento sbagliato possono compromettere un’intera annata.
Per questo motivo Petricor guarda al futuro con uno spirito che ha poco a che vedere con la nostalgia. Giada e Federico parlano spesso di innovazione, sperimentazione e nuove tecnologie applicate all’olivicoltura. Mi raccontano di progetti legati all’impollinazione assistita e alla ricerca di strumenti che possano aiutare le aziende agricole ad affrontare un clima sempre più instabile. L’idea non è conservare il passato immutato, ma trovare modi nuovi per permettere a questo paesaggio di continuare a esistere.





Forse è proprio questo che rende Petricor interessante. Non è soltanto un’azienda agricola e non è soltanto un luogo dove fermarsi per un aperitivo tra gli ulivi. È il tentativo di costruire un futuro possibile per l’entroterra, partendo dalle sue radici più profonde e trasformandole in qualcosa di contemporaneo. E dopo qualche ora trascorsa con Giada e Federico, si ha la sensazione che il loro lavoro riguardi molto meno l’olio di quanto si potrebbe pensare. Riguarda soprattutto il territorio, le persone che lo abitano e la possibilità che questi luoghi continuino a essere vivi anche nei prossimi decenni.
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